“Buongiorno, Citofono per dirti che sei una Merda!”

Immaginate di essere a teatro. Siete seduti in prima fila e avete pagato il biglietto.
Il sipario si apre e lo spettacolo comincia.
Ad ogni singola battuta dell’attore però c’è qualcuno che si alza e urla “fai schifo!”, “sei una merda!”, “muori!”. E lo spettacolo si interrompe, continuamente.
Vi è mai capitato? Non credo.
Quante volte invece avete letto commenti del genere scritti a caratteri cubitali sotto a fotografie, post, video pubblicati online?
Probabilmente sempre.
L’enormità dello spazio in cui oggi ci si può esprimere rende tutto abnorme, in senso letterale: fuori dalla norma.
In una vita trascorsa davanti ad un piccolo display tascabile, siamo così occupati a stare dietro alle ultime tendenze e a scoprire i segreti che si nascondono dietro ad una scalata social(e) he dimentichiamo di alzare lo sguardo e cominciare a costruire la nostra vita, quella vera, senza schermi.
E più guardiamo crescere la vita virtuale degli altri, più si alimenta la frustrazione di non riuscire a fare lo stesso, la frustrazione che deriva dal vuoto che si crea intorno.
Viviamo in un’epoca in cui sembra che la critica negativa, il biasimo, la tediosa superbia, elevasse automaticamente ad uno status di superiorità intellettuale, come se rendesse migliori.
La critica non dovrebbe essere giudizio. La critica accoglie, trova il modo per superare un problema, aiuta e smussa gli angoli.
Il giudizio invece etichetta, sentenzia. È un punto.
In entrambi i casi a rilevare è la motivazione. Senza una motivazione, plausibile e argomentata, il silenzio è l’unica soluzione.
Ti alzeresti la mattina, ti vestiresti di tutto punto per citofonare al vicino di casa solo per dirgli: “Buongiorno, citofono per dirti che sei una merda!”
E allora perché lo fai qui?
A dirla tutta l’odio è la forma massima di ammirazione e manifestarlo è solo un’espressione di viltà.
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